Rubriche - Il punto di due punti

NO, CON TE NON CI GIOCO 09/04/02
Tra addetti ai lavori e tifosi del Dino Manuzzi ogni tanto ricorre una frase: “E’ meglio giocar male e vincere”; oppure: “Pazienza se giochiamo male, l’importante sono i tre punti”. E’ vero che il piacere di leggere la nuova classifica dopo un balzo in avanti può preferirsi a una prestazione brillante nel gioco ma non gratificata dal risultato. Il fatto è che nel caso del Cesena gli addetti ai lavori e i tifosi non sono posti di fronte a un’alternativa: assuefatti al brutto calcio della squadra, simili considerazioni sono tenere furbizie per evitare di commiserarsi, patetici eppur comprensibili espedienti per elevare a regola un’eccezione, quella che impone di negare un rapporto di causalità necessaria fra bel gioco e successo. In altre parole, si afferma che “è meglio giocar male e vincere” per alleviare il peso di una croce sulle spalle che si chiama non-gioco.
Non fu sempre così, ma lo è da tempo. All’epoca del campionato che portò Cesena e Padova allo spareggio per la promozione in A, per esempio, lo era già. Il lunedì successivo a un Ravenna-Cesena 1-2 che ci proiettò ai vertici della classifica, nella puntata di "A tutta B"  si cercò di far luce su quella che al conduttore Vasino e al commentatore Brighenti appariva una stranezza: come poteva una squadra incapace di esprimere gioco essere seconda in classifica dietro la Fiorentina? L’ospite della puntata, il difensore Stefano Torrisi, non fu affatto politically correct nel giudizio: “Da bolognese e da ex ravennate non posso che parlare male del Cesena, è una squadra che non sa giocare, vince solo perché ha Hubner”. Ciò che seccava, era riconoscere che Torrisi aveva ragione: il Cesena già allora si distingueva per il fatto di giocare male.
Questa caratteristica del Cesena regala a chi coltiva un pizzico di sense of humour puntuali ricorrenze: per esempio, non accade mai che gli allenatori di squadre avversarie riconoscano la superiorità del Cesena; anzi capita spesso di sentir costoro gridare allo scandalo per una partita dominata eppure persa o pareggiata (il fatto buffo è, appunto, il puntuale ripetersi di tali presunte ingiustizie). Specie in trasferta, se volessimo indicare una partita vinta con merito in anni di calcio, dovremmo riandare al Cesena di Cavasin e alla vittoria al Delle Alpi sul Torino per 2-1. Per il resto le trasferte bianconere coronate dal successo, comprese le più recenti, si sono consumate tra sofferenze tremende, spingendo gli allenatori, i giornalisti, i tifosi avversari, anche i più ligi cristiani, a imprecare contro Chi tutto determina.
Chi scrive è convinto che il blasone garantisca a una squadra un extra di punti rispetto quelli meritati sul campo, e che le retrocessioni in C1 furono dovute anche al fatto che gli extra in B erano stati via via dissipati in anni di brutto gioco. Infine si chiede se e quando, anche in C1, il Cesena non potrà più contare su alcun blasone. Ora, qui non volevo spiegare perché il Cesena sia condannato a giocare male (mi limito a suggerire però che ciò non si deve a malocchi o fatture, né a congiunzioni astrali sfavorevoli, e che la stessa questione dell’allenatore giusto o sbagliato è marginale). Qui volevo solo smascherare il consolatorio autoinganno di chi afferma: “E’ meglio giocar male e vincere”. Giocar male e vincere è perfino auspicabile finché si tratta di quello che è, cioè di un’eccezione. Se si gioca male per settimane, per mesi, per anni, si viene secondo giustizia puniti. E le punizioni inflitte al Cesena negli ultimi anni, se ce ne fosse bisogno, ne sono la prova.
Và pensiero-cesenainbolgia
(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)
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"Se il calcio fosse solo puro e semplice gioco, cioè solo puro e semplice divertimento, allora con il Cesena non ci vorrebbe giocare nessuno."
Càpitan Sènsibol
"E così il bambino, crescendo, non rinuncia ad altro che al collegamento con le cose reali: invece di giocare, egli ora fantastica."
Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1908)
"Te pijo pell’orecchie e t’arzo come 'a coppa uefa."
Minaccia espressa in romanesco

Tra addetti ai lavori e tifosi del Dino Manuzzi ogni tanto ricorre una frase: “E’ meglio giocar male e vincere”; oppure: “Pazienza se giochiamo male, l’importante sono i tre punti”. E’ vero che il piacere di leggere la nuova classifica dopo un balzo in avanti può preferirsi a una prestazione brillante nel gioco ma non gratificata dal risultato. Il fatto è che nel caso del Cesena gli addetti ai lavori e i tifosi non sono posti di fronte a un’alternativa: assuefatti al brutto calcio della squadra, simili considerazioni sono tenere furbizie per evitare di commiserarsi, patetici eppur comprensibili espedienti per elevare a regola un’eccezione, quella che impone di negare un rapporto di causalità necessaria fra bel gioco e successo. In altre parole, si afferma che “è meglio giocar male e vincere” per alleviare il peso di una croce sulle spalle che si chiama non-gioco.

 

Non fu sempre così, ma lo è da tempo. All’epoca del campionato che portò Cesena e Padova allo spareggio per la promozione in A, per esempio, lo era già. Il lunedì successivo a un Ravenna-Cesena 1-2 che ci proiettò ai vertici della classifica, nella puntata di "A tutta B"  si cercò di far luce su quella che al conduttore Vasino e al commentatore Brighenti appariva una stranezza: come poteva una squadra incapace di esprimere gioco essere seconda in classifica dietro la Fiorentina? L’ospite della puntata, il difensore Stefano Torrisi, non fu affatto politically correct nel giudizio: “Da bolognese e da ex ravennate non posso che parlare male del Cesena, è una squadra che non sa giocare, vince solo perché ha Hubner”. Ciò che seccava, era riconoscere che Torrisi aveva ragione: il Cesena già allora si distingueva per il fatto di giocare male.

 

Questa caratteristica del Cesena regala a chi coltiva un pizzico di sense of humour puntuali ricorrenze: per esempio, non accade mai che gli allenatori di squadre avversarie riconoscano la superiorità del Cesena; anzi capita spesso di sentir costoro gridare allo scandalo per una partita dominata eppure persa o pareggiata (il fatto buffo è, appunto, il puntuale ripetersi di tali presunte ingiustizie). Specie in trasferta, se volessimo indicare una partita vinta con merito in anni di calcio, dovremmo riandare al Cesena di Cavasin e alla vittoria al Delle Alpi sul Torino per 2-1. Per il resto le trasferte bianconere coronate dal successo, comprese le più recenti, si sono consumate tra sofferenze tremende, spingendo gli allenatori, i giornalisti, i tifosi avversari, anche i più ligi cristiani, a imprecare contro Chi tutto determina.

 

Chi scrive è convinto che il blasone garantisca a una squadra un extra di punti rispetto quelli meritati sul campo, e che le retrocessioni in C1 furono dovute anche al fatto che gli extra in B erano stati via via dissipati in anni di brutto gioco. Infine si chiede se e quando, anche in C1, il Cesena non potrà più contare su alcun blasone. Ora, qui non volevo spiegare perché il Cesena sia condannato a giocare male (mi limito a suggerire però che ciò non si deve a malocchi o fatture, né a congiunzioni astrali sfavorevoli, e che la stessa questione dell’allenatore giusto o sbagliato è marginale). Qui volevo solo smascherare il consolatorio autoinganno di chi afferma: “E’ meglio giocar male e vincere”. Giocar male e vincere è perfino auspicabile finché si tratta di quello che è, cioè di un’eccezione. Se si gioca male per settimane, per mesi, per anni, si viene secondo giustizia puniti. E le punizioni inflitte al Cesena negli ultimi anni, se ce ne fosse bisogno, ne sono la prova.

 

 

 

Và pensiero-cesenainbolgia 09/04/02

 

 

(Fregatene del copyright: se vuoi, stampa, fotocopia, diffondi questo articolo)

 

 

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"Se il calcio fosse solo puro e semplice gioco, cioè solo puro e semplice divertimento, allora con il Cesena non ci vorrebbe giocare nessuno."


Càpitan Sènsibol



"E così il bambino, crescendo, non rinuncia ad altro che al collegamento con le cose reali: invece di giocare, egli ora fantastica."


Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia (1908)



"Te pijo pell’orecchie e t’arzo come 'a coppa uefa."


Minaccia espressa in romanesco