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Rubriche - Il punto di due punti

UN SINDACO E UN TABU' 12/06/02
Caro sindaco Conti, l'aggregazione attorno a una squadra di calcio può essere la cartina al tornasole della salute, della forza o dell'integrazione di una comunità? La domanda non è banale, né è scontata la risposta; basti pensare al fatto che il calcio mobilita, con cadenza regolare, frequentemente, spontaneamente, masse dense, colorate, chiassose e cariche di attese. E sarebbe superficiale distinguere in tutto e per tutto tale mobilitazione da quella evocata da un leader politico o spirituale, poiché se qui si tratta di passione civile o religiosa, mentre là solo di passione sportiva, in entrambi i casi vi è in gioco qualcosa che possiamo chiamare "bisogno di appartenenza": è questa un'emergenza attuale, intima e insieme politica, che non trova soddisfazione nell'ambiente domestico e nella cerchia di amici, ma che rimanda, appunto, a una comunità, cioè a un gruppo allargato di individui tenuto insieme dalla condivisione di obiettivi e speranze (in modo retorico o vago, a volte si parla di valori o ideali).
E' pur vero che è diversa la natura di obiettivi e speranze attorno a cui si forma una comunità, e hanno ragioni sacrosante coloro che distinguono fra cause alte o nobili e non, per esempio fra la politica e il calcio; ma è altrettanto vero che tendiamo a nascondere agli altri le passioni "popolari" o "volgari", e che, in tale distinzione, vi è anche un pizzico di snobismo; ma soprattutto, essa non inficia il dato politico, intimo del bisogno d'appartenenza, e gli strumenti della psicologia umanistica offrirebbero spiegazioni sorprendenti sia della riscoperta popolare, volgare, politica, intima della comunità quando non dell'"etnia", sia, per tornare a noi e limitarci a noi, della lacerazione che soffre da anni la Cesena sportiva, che si manifesta prima ancora che nella disaffezione alla squadra di calcio, nell'ostilità verso chi la guida, per la mancanza di franchezza verso una tifoseria che un senso di integrazione e calore, di "comunità", seppe trasmetterlo davanti a tutta l'Italia.
D'altra parte, sindaco, che la domanda non è banale e la risposta non scontata, lo dimostra il fatto che proprio lei, in quanto primo cittadino, fu sollecitato poche settimane fa a intercedere in nome di quel "progetto Cesena" atteso da migliaia di persone che nel Cavalluccio ripongono obiettivi e speranze, quasi fosse stato, quel simbolo, per anni il solo cemento di un territorio, occasione di distinzione e orgoglio per una regione.
Accogliendo davanti all'opinione pubblica quell'invito, sindaco, a che cosa pensava? A svolgere con spirito civico il suo ruolo di rappresentante della città - quindi, in quello specifico caso, di garante della crescita del calcio a Cesena -, oppure a mediare fra gli interessi privati di famiglie e gruppi influenti, preoccupato innanzitutto di togliersi dall'impiccio, mantenendo un ruolo passivo per non turbare alcuno?
Ci sarebbe piaciuto conoscere da chi rappresenta l'interesse pubblico un giudizio sulle opportunità e sugli ostacoli della rinascita sportiva di Cesena, assistere a una presa di posizione, leggere sui giornali un chiaro e autorevole auspicio, o un invito a retrocedere dagli interessi personali per un bene comune; eppure, ancora, il Cesena rimane un tabù, qualcosa di cui è vietato parlare; e lei stesso, primo cittadino, ha avuto la "sventura" di affacciarsi da inutile comprimario, quasi casualmente, forse perché tirato dentro per forza, sulla scena di un gioco delle parti in cui il futuro del Cesena è, ben che vada, l'occasione per fare quattrini.
Caro sindaco, la sua assenza dispiace. Nel frattempo, è mortificante anche solo leggere che il Parma è interessato ad acquistare il Cesena, poiché questo ferisce la nostra autostima, riducendoci al rango di colonia povera, marginale e sfruttata dell'Emilia ricca, importante e potente. Ricordo uno striscione dei sostenitori del Bologna in un derby di B giocato a Cesena. Nello striscione dei rossoblù c'era scritto: "Bologna capitale saluta Cesena la sua schiava". E' esattamente questo che punge, signor sindaco.
Forse il problema è che mancano da noi le risorse imprenditoriali, il talento, le idee? O piuttosto, per tornare alla domanda iniziale, non riusciamo più a esprimere una comunità, speranze e obiettivi comuni? Se l'aggregazione attorno a una squadra di calcio dovesse essere la cartina al tornasole della salute, della forza o dell'integrazione di una comunità, caro sindaco, non ci sarebbero dubbi sul fatto che Cesena e la Romagna sono solo un'espressione geografica.
Un piccolo slancio civico, suvvia, sindaco Conti. Basterebbe un appello discreto, ma lanciato da un ufficio autorevole, in favore dello sport e del Cesena. (E non tema di apparire frivolo, opportunista o demagogo in questo: un "colonnello" dei DS, Walter Veltroni, oggi sindaco di Roma, in più di una occasione pubblica ostentò le emozioni suscitate in lui dalle finte di Michel Platini.) Spezzi il tabù Cesena, sindaco, ne parli, dica qualcosa. Non dia l'impressione che perfino lei sia preoccupato di innaffiare l'orticello come altri protagonisti della crisi del calcio a Cesena: ne andrebbe ancora una volta della nostra autostima.
Marco - cesenainbolgia
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In una puntata de Il bianco e il nero di novembre, il presidente Lugaresi e Valentini sollecitavano l'ingresso in società di grosse industrie. Ebbene, l'Orogel, la Technogym, l'Amadori si sono dichiarati disponibili a entrare in società, ma più la salvezza si avvicinava (e con essa i dieci miliardi di contributi), più questa esigenza non era poi tanto necessaria. Dopo le cessioni di Salvetti e Comandini, l'ingresso di nuove forze in società è stato ritenuto addirittura controproducente. Poi ci si scandalizza se Romagna Iniziative non sponsorizzerà il Cesena...
Lettera di un gruppo di tifosi al Corriere Cesena, 29 giugno 1999
Si affitta l'abitazione del terzo piano. La signora del secondo la fa vedere a tutti.
Cartello segnalato in una strada di Trapani
Qui chiavi in 5 minuti.
Insegna in un negozio di Cuneo

Caro sindaco Conti, l'aggregazione attorno a una squadra di calcio può essere la cartina al tornasole della salute, della forza o dell'integrazione di una comunità? La domanda non è banale, né è scontata la risposta; basti pensare al fatto che il calcio mobilita, con cadenza regolare, frequentemente, spontaneamente, masse dense, colorate, chiassose e cariche di attese. E sarebbe superficiale distinguere in tutto e per tutto tale mobilitazione da quella evocata da un leader politico o spirituale, poiché se qui si tratta di passione civile o religiosa, mentre là solo di passione sportiva, in entrambi i casi vi è in gioco qualcosa che possiamo chiamare "bisogno di appartenenza": è questa un'emergenza attuale, intima e insieme politica, che non trova soddisfazione nell'ambiente domestico e nella cerchia di amici, ma che rimanda, appunto, a una comunità, cioè a un gruppo allargato di individui tenuto insieme dalla condivisione di obiettivi e speranze (in modo retorico o vago, a volte si parla di valori o ideali).

E' pur vero che è diversa la natura di obiettivi e speranze attorno a cui si forma una comunità, e hanno ragioni sacrosante coloro che distinguono fra cause alte o nobili e non, per esempio fra la politica e il calcio; ma è altrettanto vero che tendiamo a nascondere agli altri le passioni "popolari" o "volgari", e che, in tale distinzione, vi è anche un pizzico di snobismo; ma soprattutto, essa non inficia il dato politico, intimo del bisogno d'appartenenza, e gli strumenti della psicologia umanistica offrirebbero spiegazioni sorprendenti sia della riscoperta popolare, volgare, politica, intima della comunità quando non dell'"etnia", sia, per tornare a noi e limitarci a noi, della lacerazione che soffre da anni la Cesena sportiva, che si manifesta prima ancora che nella disaffezione alla squadra di calcio, nell'ostilità verso chi la guida, per la mancanza di franchezza verso una tifoseria che un senso di integrazione e calore, di "comunità", seppe trasmetterlo davanti a tutta l'Italia.

 

D'altra parte, sindaco, che la domanda non è banale e la risposta non scontata, lo dimostra il fatto che proprio lei, in quanto primo cittadino, fu sollecitato poche settimane fa a intercedere in nome di quel "progetto Cesena" atteso da migliaia di persone che nel Cavalluccio ripongono obiettivi e speranze, quasi fosse stato, quel simbolo, per anni il solo cemento di un territorio, occasione di distinzione e orgoglio per una regione.

 

Accogliendo davanti all'opinione pubblica quell'invito, sindaco, a che cosa pensava? A svolgere con spirito civico il suo ruolo di rappresentante della città - quindi, in quello specifico caso, di garante della crescita del calcio a Cesena -, oppure a mediare fra gli interessi privati di famiglie e gruppi influenti, preoccupato innanzitutto di togliersi dall'impiccio, mantenendo un ruolo passivo per non turbare alcuno?

 

Ci sarebbe piaciuto conoscere da chi rappresenta l'interesse pubblico un giudizio sulle opportunità e sugli ostacoli della rinascita sportiva di Cesena, assistere a una presa di posizione, leggere sui giornali un chiaro e autorevole auspicio, o un invito a retrocedere dagli interessi personali per un bene comune; eppure, ancora, il Cesena rimane un tabù, qualcosa di cui è vietato parlare; e lei stesso, primo cittadino, ha avuto la "sventura" di affacciarsi da inutile comprimario, quasi casualmente, forse perché tirato dentro per forza, sulla scena di un gioco delle parti in cui il futuro del Cesena è, ben che vada, l'occasione per fare quattrini.

 

Caro sindaco, la sua assenza dispiace. Nel frattempo, è mortificante anche solo leggere che il Parma è interessato ad acquistare il Cesena, poiché questo ferisce la nostra autostima, riducendoci al rango di colonia povera, marginale e sfruttata dell'Emilia ricca, importante e potente. Ricordo uno striscione dei sostenitori del Bologna in un derby di B giocato a Cesena. Nello striscione dei rossoblù c'era scritto: "Bologna capitale saluta Cesena la sua schiava". E' esattamente questo che punge, signor sindaco.

 

Forse il problema è che mancano da noi le risorse imprenditoriali, il talento, le idee? O piuttosto, per tornare alla domanda iniziale, non riusciamo più a esprimere una comunità, speranze e obiettivi comuni? Se l'aggregazione attorno a una squadra di calcio dovesse essere la cartina al tornasole della salute, della forza o dell'integrazione di una comunità, caro sindaco, non ci sarebbero dubbi sul fatto che Cesena e la Romagna sono solo un'espressione geografica.

 

Un piccolo slancio civico, suvvia, sindaco Conti. Basterebbe un appello discreto, ma lanciato da un ufficio autorevole, in favore dello sport e del Cesena. (E non tema di apparire frivolo, opportunista o demagogo in questo: un "colonnello" dei DS, Walter Veltroni, oggi sindaco di Roma, in più di una occasione pubblica ostentò le emozioni suscitate in lui dalle finte di Michel Platini.) Spezzi il tabù Cesena, sindaco, ne parli, dica qualcosa. Non dia l'impressione che perfino lei sia preoccupato di innaffiare l'orticello come altri protagonisti della crisi del calcio a Cesena: ne andrebbe ancora una volta della nostra autostima.

 

 

 

Marco - cesenainbolgia 12/06/02

 

 

 

 

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In una puntata de Il bianco e il nero di novembre, il presidente Lugaresi e Valentini sollecitavano l'ingresso in società di grosse industrie. Ebbene, l'Orogel, la Technogym, l'Amadori si sono dichiarati disponibili a entrare in società, ma più la salvezza si avvicinava (e con essa i dieci miliardi di contributi), più questa esigenza non era poi tanto necessaria. Dopo le cessioni di Salvetti e Comandini, l'ingresso di nuove forze in società è stato ritenuto addirittura controproducente. Poi ci si scandalizza se Romagna Iniziative non sponsorizzerà il Cesena...


Lettera di un gruppo di tifosi al Corriere Cesena, 29 giugno 1999



Si affitta l'abitazione del terzo piano. La signora del secondo la fa vedere a tutti.


Cartello segnalato in una strada di Trapani



Qui chiavi in 5 minuti.


Insegna in un negozio di Cuneo