Rubriche - Il punto di due punti

 

DALL'1 ALL'11, IL CESENA DI SEMPRE (1) 21/06/02
Allestire la formazione bianconera di sempre è un gradevole esercizio della memoria e, per quel che mi riguarda, serve a infilare il dito nella piaga della mia sventura di tifoso di calcio, essendo per me il tempo in buona parte scandito dalle partite e dai campionati del Cesena, senza che questo arricchisca gran che la mia vita, anzi portandomi spesso in dote delusioni, frustrazioni e livori. Ma come molti altri tifosi, so bene che non si tratta ormai più di una scelta: quella sventura mi è capitata e mi tocca conviverci, così come si convive con un'invalidità permanente, senza peraltro riscuotere alcun vitalizio previdenziale per riconoscimento del danno, né poter scaricare, come risarcimento materiale e morale, il prezzo dei tagliandi di tante partite orribili dalla dichiarazione dei redditi.
Il primo problema che pone la formazione del super Cesena di sempre è la scelta del modulo: optando per un 3-4-3 potrei schierare insieme Schachner, Hubner e Agostini (o magari Bertarelli, Bordon, Garlini, Rizzitelli), ma dovrei sacrificare un buon numero di centrocampisti, e se penso a Frustalupi, Rognoni, Bonini, Piraccini, Buriani, Bordin, Domini e altri ancora, allora la tentazione è quella di coprirmi con un 3-5-2, magari un 3-6-1, e lasciare così spazio a quei giocatori. Ma in fondo le formule che indicano gli assetti tattici sono aride: più facile e più romantico è affidarsi ai ruoli assegnati dalla vecchia numerazione, dall'1 all'11, e approfittarne per celebrare un calcio che ormai non c'è più.
Partiamo dal numero 1, il portiere, il quale non può prescindere da una caratteristica: quella di essere un pazzo. Non si è mai capito per esempio quale piacere riservi a una persona normale il fatto di restare là dietro, in disparte, bersaglio delle oscenità di curve occupate da tifosi ostili, a osservare gli altri che giocano, salvo poi, magari, doversi assumere la responsabilità di un gol subito. Il portiere in realtà non gioca affatto, né si diverte, e lo dimostra un fatto oggettivo: da bambini in porta veniva obbligato ad andarci il più piccolo per taglia o età, e se quello provava a obiettare, o non giocava per niente o erano botte. In questa tendenza all'isolamento, il portiere ha qualcosa in comune con l'arbitro: ma se la personalità di quest'ultimo può essere ascritta all'egocentrismo, al sadomasochismo o alla frustrazione per il mancato esercizio del potere nella vita di tutti i giorni, la personalità del portiere (che da adulto non è affatto il più piccolo per taglia o età) resta per molti un mistero.
Il portiere ha anche un'altra caratteristica: la riconoscibilità e la continuità della sua funzione. Dal calcio che si giocava nei college inglesi di metà 800, quando i ruoli erano appena due (un portiere e dieci attaccanti), al calcio dei primi decenni del secolo scorso, quando i dieci davanti a lui si specializzarono in difensori, centrocampisti e attaccanti veri e propri, alle successive evoluzioni tattiche, un solo ruolo non ha mai cambiato destino e natura: quello del portiere. Perfino nelle partite giocate da ragazzini dietro la chiesa, dove regnava l'anarchia, il solo giocatore disciplinato era quello costretto a restare fra i pali (o fra una sedia e una mucchia di maglioni per terra).
Anche in questa implacabile fissità nel fluire degli eventi e del tempo, c'è nel portiere qualcosa di folle. E il portiere più folle che abbia avuto il Cesena fu Lamberto Boranga, anzi il dottor Boranga, che difese la porta bianconera all'epoca della qualificazione in Coppa Uefa, il quale amava atteggiarsi a buffone, per esempio aggrappandosi con una mano alla traversa per poi lasciarsi dondolare come una scimmia. Posto che Boranga è la mia prima scelta, la piazza d'onore la merita una testa calda che ha fatto carriera: Sebastiano Rossi. In terza posizione, dopo un intellettuale e una testa calda che ha vinto tutto o quasi, un altro intellettuale: l'ex assessore comunista Enzo Biato.
Il numero 2, prima di diventare il "difensore laterale", l'"esterno" o il "primo della linea difensiva a quattro", era il terzino destro. "Terzino" perché, quando nel calcio si introdusse quasi cento anni fa la regola del fuori gioco, obbligando le squadre ad allungarsi e dividersi in reparti (difesa, centrocampo, attacco), costui occupava la "terza linea". Terzini erano insomma chiamati tutti i difensori.
Il terzino destro, all'inizio degli anni Settanta, cioè quando cominciai a seguire il Cesena, era in realtà un difensore preposto alla marcatura della punta avversaria più mobile, la quale non necessariamente era un'ala sinistra, ma un peperino che là davanti svariava da destra a sinistra, attorno al centravanti, facendo un gran movimento. Il numero 2 dunque non era nemmeno più un terzino destro, ma uno stopper meno nobile ma più dinamico, uno "stopper minore", che due o tre volte a partita, ma non di più, poteva abbandonare la guardia dell'attaccante per avventurarsi oltre la metà campo avversaria (opportunità non concessa allo stopper). Forse il vecchio terzino destro assomigliava di più, per caratteristiche e ruolo, all'attuale esterno difensivo di destra della linea a 4, eppure allora era così che per abitudine chiamavamo il numero 2.
Se si parla di numero 2 a Cesena, bisogna per forza parlare di Giampiero Ceccarelli, che vestì il bianconero dal 1966, quando nel Cesena giocava Leonello Leoni, fino al 1985, quando vi giocava il figlio di Leonello, Gianluca. Ceccarelli del Cesena per quasi vent'anni fu la bandiera, e il suo cognome, in qualsiasi "epopea bianconera", verrebbe intercettato da una ricerca automatica in word più volte di qualsiasi altro. Per questo Ceccarelli merita non solo di essere il titolare della maglia numero 2, ma anche il capitano della nostra formazione bianconera di sempre.
A proposito di numeri 2, terzini destri e cognomi, merita una citazione Flavio Destro, ma non per il ricordo lasciato ai tifosi nei suoi due anonimi anni in bianconero (dal 91/92 92/93, due mediocri campionati di B), bensì per una bizzarria: forse Destro rappresentò l'unico caso di calciatore italiano per il quale il cognome e il ruolo coincisero (peraltro il primo anno di Destro a Cesena corrispose alla prima apparizione della zona dalle nostre parti: il noioso 4-4-2 di Attilio Perotti). E' come se un terzino sinistro si fosse chiamato "Sinistro", un mediano di spinta "Spinta" o un libero "Libero".
Infine, nel Cesena di sempre, in panchina, pronto a sostituire capitan Ceccarelli e a vestire la maglia numero 2, vorremmo riservare un posto ad Agatino Cuttone, e non solo per il gol della vittoria nello spareggio promozione con il Lecce: anche Cuttone fu un grande capitano, ed è un peccato che la sua parentesi da allenatore a Cesena sia coincisa con il punto più basso, vorremmo dire il crepuscolo, dell'era Lugaresi.
Continua
Marco - cesenainbolgia
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In Giappone, per guadagnare qualche soldo, tante adolescenti mettono in vendita le loro mutandine, non lavate, in negozi frequentati da feticisti e pedofili. Ogni paio di mutande è corredato da un cartellino, compilato a mano con calligrafia infantile dalle legittime proprietarie che scrivono messaggi del tipo: "Questo paio di mutandine è stato indossato per due giorni di seguito da Fumiko, 14 anni. E' tuo per 8mila yen".
D - La Repubblica delle Donne, 3/12/96
Per fare l'amore le donne cercano una ragione, agli uomini basta un letto.
dal film Scappo dalla città

Allestire la formazione bianconera di sempre è un gradevole esercizio della memoria e, per quel che mi riguarda, serve a infilare il dito nella piaga della mia sventura di tifoso di calcio, essendo per me il tempo in buona parte scandito dalle partite e dai campionati del Cesena, senza che questo arricchisca gran che la mia vita, anzi portandomi spesso in dote delusioni, frustrazioni e livori. Ma come molti altri tifosi, so bene che non si tratta ormai più di una scelta: quella sventura mi è capitata e mi tocca conviverci, così come si convive con un'invalidità permanente, senza peraltro riscuotere alcun vitalizio previdenziale per riconoscimento del danno, né poter scaricare, come risarcimento materiale e morale, il prezzo dei tagliandi di tante partite orribili dalla dichiarazione dei redditi.

Il primo problema che pone la formazione del super Cesena di sempre è la scelta del modulo: optando per un 3-4-3 potrei schierare insieme Schachner, Hubner e Agostini (o magari Bertarelli, Bordon, Garlini, Rizzitelli), ma dovrei sacrificare un buon numero di centrocampisti, e se penso a Frustalupi, Rognoni, Bonini, Piraccini, Buriani, Bordin, Domini e altri ancora, allora la tentazione è quella di coprirmi con un 3-5-2, magari un 3-6-1, e lasciare così spazio a quei giocatori. Ma in fondo le formule che indicano gli assetti tattici sono aride: più facile e più romantico è affidarsi ai ruoli assegnati dalla vecchia numerazione, dall'1 all'11, e approfittarne per celebrare un calcio che ormai non c'è più.

 

Partiamo dal numero 1, il portiere, il quale non può prescindere da una caratteristica: quella di essere un pazzo. Non si è mai capito per esempio quale piacere riservi a una persona normale il fatto di restare là dietro, in disparte, bersaglio delle oscenità di curve occupate da tifosi ostili, a osservare gli altri che giocano, salvo poi, magari, doversi assumere la responsabilità di un gol subito. Il portiere in realtà non gioca affatto, né si diverte, e lo dimostra un fatto oggettivo: da bambini in porta veniva obbligato ad andarci il più piccolo per taglia o età, e se quello provava a obiettare, o non giocava per niente o erano botte. In questa tendenza all'isolamento, il portiere ha qualcosa in comune con l'arbitro: ma se la personalità di quest'ultimo può essere ascritta all'egocentrismo, al sadomasochismo o alla frustrazione per il mancato esercizio del potere nella vita di tutti i giorni, la personalità del portiere (che da adulto non è affatto il più piccolo per taglia o età) resta per molti un mistero.

 

Il portiere ha anche un'altra caratteristica: la riconoscibilità e la continuità della sua funzione. Dal calcio che si giocava nei college inglesi di metà 800, quando i ruoli erano appena due (un portiere e dieci attaccanti), al calcio dei primi decenni del secolo scorso, quando i dieci davanti a lui si specializzarono in difensori, centrocampisti e attaccanti veri e propri, alle successive evoluzioni tattiche, un solo ruolo non ha mai cambiato destino e natura: quello del portiere. Perfino nelle partite giocate da ragazzini dietro la chiesa, dove regnava l'anarchia, il solo giocatore disciplinato era quello costretto a restare fra i pali (o fra una sedia e una mucchia di maglioni per terra).

 

Anche in questa implacabile fissità nel fluire degli eventi e del tempo, c'è nel portiere qualcosa di folle. E il portiere più folle che abbia avuto il Cesena fu Lamberto Boranga, anzi il dottor Boranga, che difese la porta bianconera all'epoca della qualificazione in Coppa Uefa, il quale amava atteggiarsi a buffone, per esempio aggrappandosi con una mano alla traversa per poi lasciarsi dondolare come una scimmia. Posto che Boranga è la mia prima scelta, la piazza d'onore la merita una testa calda che ha fatto carriera: Sebastiano Rossi. In terza posizione, dopo un intellettuale e una testa calda che ha vinto tutto o quasi, un altro intellettuale: l'ex assessore comunista Enzo Biato.

 

Il numero 2, prima di diventare il "difensore laterale", l'"esterno" o il "primo della linea difensiva a quattro", era il terzino destro. "Terzino" perché, quando nel calcio si introdusse quasi cento anni fa la regola del fuori gioco, obbligando le squadre ad allungarsi e dividersi in reparti (difesa, centrocampo, attacco), costui occupava la "terza linea". Terzini erano insomma chiamati tutti i difensori.

 

Il terzino destro, all'inizio degli anni Settanta, cioè quando cominciai a seguire il Cesena, era in realtà un difensore preposto alla marcatura della punta avversaria più mobile, la quale non necessariamente era un'ala sinistra, ma un peperino che là davanti svariava da destra a sinistra, attorno al centravanti, facendo un gran movimento. Il numero 2 dunque non era nemmeno più un terzino destro, ma uno stopper meno nobile ma più dinamico, uno "stopper minore", che due o tre volte a partita, ma non di più, poteva abbandonare la guardia dell'attaccante per avventurarsi oltre la metà campo avversaria (opportunità non concessa allo stopper). Forse il vecchio terzino destro assomigliava di più, per caratteristiche e ruolo, all'attuale esterno difensivo di destra della linea a 4, eppure allora era così che per abitudine chiamavamo il numero 2.

 

Se si parla di numero 2 a Cesena, bisogna per forza parlare di Giampiero Ceccarelli, che vestì il bianconero dal 1966, quando nel Cesena giocava Leonello Leoni, fino al 1985, quando vi giocava il figlio di Leonello, Gianluca. Ceccarelli del Cesena per quasi vent'anni fu la bandiera, e il suo cognome, in qualsiasi "epopea bianconera", verrebbe intercettato da una ricerca automatica in word più volte di qualsiasi altro. Per questo Ceccarelli merita non solo di essere il titolare della maglia numero 2, ma anche il capitano della nostra formazione bianconera di sempre.

 

A proposito di numeri 2, terzini destri e cognomi, merita una citazione Flavio Destro, ma non per il ricordo lasciato ai tifosi nei suoi due anonimi anni in bianconero (dal 91/92 92/93, due mediocri campionati di B), bensì per una bizzarria: forse Destro rappresentò l'unico caso di calciatore italiano per il quale il cognome e il ruolo coincisero (peraltro il primo anno di Destro a Cesena corrispose alla prima apparizione della zona dalle nostre parti: il noioso 4-4-2 di Attilio Perotti). E' come se un terzino sinistro si fosse chiamato "Sinistro", un mediano di spinta "Spinta" o un libero "Libero".

 

Infine, nel Cesena di sempre, in panchina, pronto a sostituire capitan Ceccarelli e a vestire la maglia numero 2, vorremmo riservare un posto ad Agatino Cuttone, e non solo per il gol della vittoria nello spareggio promozione con il Lecce: anche Cuttone fu un grande capitano, ed è un peccato che la sua parentesi da allenatore a Cesena sia coincisa con il punto più basso, vorremmo dire il crepuscolo, dell'era Lugaresi.

 

 

 

Continua

 

 

 

Marco - cesenainbolgia 21/06/02

 

 

 

 

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In Giappone, per guadagnare qualche soldo, tante adolescenti mettono in vendita le loro mutandine, non lavate, in negozi frequentati da feticisti e pedofili. Ogni paio di mutande è corredato da un cartellino, compilato a mano con calligrafia infantile dalle legittime proprietarie che scrivono messaggi del tipo: "Questo paio di mutandine è stato indossato per due giorni di seguito da Fumiko, 14 anni. E' tuo per 8mila yen".


D - La Repubblica delle Donne, 3/12/96



Per fare l'amore le donne cercano una ragione, agli uomini basta un letto.


dal film Scappo dalla città