Rubriche - Il punto di due punti

 

IL TIFOSO E' UN REAZIONARIO 28/08/02
Basterebbe prestare attenzione alle sensazioni di nostalgia e quasi di rimpianto che si provano a sfogliare un album Panini di trent'anni fa, davanti ai baffi di Palanca e alle basette di Cuccureddu, per comprendere che il tifoso, quali che siano le sue preferenze politiche, in rapporto al calcio è un ultraconservatore, se non un reazionario. Ma altri elementi rafforzano questa convinzione: per esempio la diffidenza e il fastidio che si accompagnano alle innovazioni regolamentari, che si tratti dei playoff o del golden gol, o alla dislocazione delle partite domenicali su più fasce orarie, addirittura in altri giorni della settimana. Prima di abituarsi a un calcio asservito ai palinsesti televisivi - sempre meno sport e momento di aggregazione, sempre più show business a caccia di consumatori da assuefare -, per il tifoso la domenica era un giorno sacro come lo è il sabato nella genesi biblica, e suscitò un misto di indignazione e sgomento il progetto di anticipare una partita al sabato e di posticiparne un'altra al lunedì.
Vale la pena ricordare che, poche settimane fa, una notizia del Resto del Carlino paventava la possibilità per il Cesena di indossare, quest'anno, una divisa bianconera a strisce verticali: tanto bastò per scatenare le proteste di molti tifosi sui forum del Web ("Noi non siamo l'Ascoli!"; "Noi non siamo la Juve!"). Tornando indietro di un anno, ricordiamo anche che la maglia bianca fu ripristinata a furor di popolo dopo una stagione giocata con una divisa interamente nera. Tre anni fa, nella fase del precampionato, i tifosi del Bologna rifiutarono le maglie lanciate loro dai giocatori rossoblù dopo una partita, gettandole a loro volta sul campo. Il motivo? Le bande della divisa erano più larghe rispetto a quelle tradizionali, e quell'anno i tifosi non smisero mai, anche con l'esposizione di striscioni, di far presente la loro totale disapprovazione ("Noi non siamo il Cagliari!"), se non lo sdegno per quella scelta: tradire una tradizione, un simbolo, per questioni di merchandising! Ben presto, ossia al termine dell'anno contrattuale che lagava la società felsinea allo sponsor tecnico, anche il Bologna tornò in fretta e furia alle canoniche e mitiche (per i tifosi, non per altri) quattro bande.
Non serve citare altri esempi del genere, basti dire che se ne troverebbero tanti - buon ultimo, l'allarme generato nelle comunità online dei tifosi per le magliette indossate dai giocatori del Camerun nella fase precedente il Mondiale: senza maniche, tipo canotta da spiaggia, come quelle dei giocatori di basket.
Si tratta qui di stranezze, di follie che un non-tifoso (vedi tanti presidenti di club), non può capire. La maglia della propria squadra non è un feticcio; è un totem, ricettacolo di ricordi, passioni, dolori, illusioni e speranze. Quella è, quella è sempre stata, e quella ha da essere sempre, poiché ciò che più intimamente minaccia il tifoso, che ne sia cosciente o meno, è la disaggregazione della "tribù" che non riconosce più il proprio "idolo", quel simbolo di appartenenza e della propria unità. E quindi il dramma, in un mondo di gente sola, di riscoprirsi ancora più soli.
Che cosa dire infine dei cortei di protesta organizzati dai tifosi del Torino o dai tifosi della Fiorentina, quando le società granata e viola cedettero Gigi Lentini e Roberto Baggio? Anche in questi casi, stranezze, follie proprie di tribù private di un proprio idolo. Eppure la tribù sopravvive alla perdita dei suoi idoli e si ricompatta nella ricerca di nuovi, ma questi non dovranno essere necessariamente dei centravanti o delle mezze ali: saranno anzi più spesso ricordi, comunque gioie e amarezze, controverse passioni da vivere tutti insieme e nello stesso momento. E' questo l'incanto del calcio, non tanto la giocata deliziosa e funambolica (cruccio del non-tifoso Eduardo Galeano, autonominatosi "esteta del football"... - personalmente, cancellerei dalla storia del calcio il gol più bello di Maradona, scambiandolo con una stupida autorete dell'Arezzo che regali la vittoria al Cesena la prima giornata di campionato), né, tantomeno, lo show business. Ma questo può saperlo, quando lo sa, soltanto un tifoso.
Quasi due anni fa, un adesivo del Forum recitava: "I giocatori, gli allenatori, i dirigenti passano. I tifosi no. Il Cesena è solo di chi lo ama". Questa formula, letta alla luce delle precedenti affermazioni, esprime quel bisogno che trova soddisfazione nel sostegno a una squadra di calcio. Qualsiasi tribù nomina dei "custodi della tradizione", i quali sono sempre e ovunque le persone più anziane, poiché è nel loro volto e nelle loro parole che è depositata la memoria storica, ossia ciò che appartiene a tutti e tiene stretta la comunità. Nel calcio, i "custodi della tradizione" sono i tifosi, e i più autorevoli tra loro, i più anziani tra loro, al pari e ancor più di questo o quel campione, assurgono a simboli di una unità.
Il tifoso insomma è, per natura, per vocazione, per necessità, un reazionaro.
Dal momento che la dimostrazione di questa tesi doveva costituire l'incipit del pezzo che mi ero prefissato di scrivere, ma che come al solito sono arrivato lungo, rimanderò alla prossima settimana il seguito, che anticipo con una domanda: perché il tifoso, che è un "custode della tradizione" e un reazionario, che è protagonista di spettacolari coreografie negli stadi, che fa parte di una comunità ampia e potenzialmente in grado di esercitare enormi pressioni sui calciatori e sui "soloni" della Lega Calcio e della FIGC, perché con tutto ciò non ha la forza di arginare la deriva di un calcio che minaccia i valori di cui lui stesso è custode? Perché subisce passivamente, senza conquistarsi la possibilità di esprimere anche solo un parere, la mortificazione di decisioni bizantine, incomprensibili, come per esempio lo slittamento dei campionati o lo spostamento delle partite di B al sabato sera?
Di questo e di altro (per esempio dello slogan lanciato da JLS nella sua rubrica, "Chi ama il calcio odia i calciatori") discuteremo nel prossimo appuntamento.
Marco – cesenainbolgia
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Lettera di un telespettatore alla Gazzetta dello sport dopo la partita di Champions League Inter-Real Madrid del 16 settembre scorso (1998; N.d.R.): "Tifoso interista di 38 anni abituato a seguire partite nerazzurri in piedi e comunque in stato di tensione continua, mette al corrente il signor Simoni aver scelto divano dopo annuncio formazione Real-Inter (partita attesa vent'anni). Stop. Non bastasse, confessa zapping su partita gobbi". Quella volta Gigi Simoni aveva messo in panchina Baggio, Pirlo e Djorkaeff, decisione molto criticata da tifosi e commentatori sportivi. In un futuro dominato dalle televisioni a pagamento, una cosa del genere non potrà più accadere (e magari le formazioni delle squadre di calcio saranno suggerite dai direttori di palinsesto in base ai gusti dei telespettatori).
Il Foglio, 11 gennaio 1999
Voglio i Mondiali ogni due anni (...). L'edizione francese dei Mondiali ha fatto registrare 40 miliardi di telespettatori. Dove si può trovare qualcosa di paragonabile a questa platea?
Sepp Blatter, presidente Fifa, dicembre 1998
Se il calcio è arrivato, fin qui, ad alfabetizzare l'intero pianeta con il suo linguaggio, è anche perché ha saputo eternizzare alcune regole, solennizzare alcuni appuntamenti, dei quali i Mondiali sono la santificazione massima. Se Blatter pretende di sincopare questo collaudato, accettato, conosciutissimo ritmo, è segno che della doppia identità del football (business di pochi/gioco di tutti) solo una, quella del business, sta mangiandosi tutta intera l'altra mezza personalità.
Michele Serra, La Repubblica, 4 gennaio 1999

Basterebbe prestare attenzione alle sensazioni di nostalgia e quasi di rimpianto che si provano a sfogliare un album Panini di trent'anni fa, davanti ai baffi di Palanca e alle basette di Cuccureddu, per comprendere che il tifoso, quali che siano le sue preferenze politiche, in rapporto al calcio è un ultraconservatore, se non un reazionario. Ma altri elementi rafforzano questa convinzione: per esempio la diffidenza e il fastidio che si accompagnano alle innovazioni regolamentari, che si tratti dei playoff o del golden gol, o alla dislocazione delle partite domenicali su più fasce orarie, addirittura in altri giorni della settimana. Prima di abituarsi a un calcio asservito ai palinsesti televisivi - sempre meno sport e momento di aggregazione, sempre più show business a caccia di consumatori da assuefare -, per il tifoso la domenica era un giorno sacro come lo è il sabato nella genesi biblica, e suscitò un misto di indignazione e sgomento il progetto di anticipare una partita al sabato e di posticiparne un'altra al lunedì.

Vale la pena ricordare che, poche settimane fa, una notizia del Resto del Carlino paventava la possibilità per il Cesena di indossare, quest'anno, una divisa bianconera a strisce verticali: tanto bastò per scatenare le proteste di molti tifosi sui forum del Web ("Noi non siamo l'Ascoli!"; "Noi non siamo la Juve!"). Tornando indietro di un anno, ricordiamo anche che la maglia bianca fu ripristinata a furor di popolo dopo una stagione giocata con una divisa interamente nera. Tre anni fa, nella fase del precampionato, i tifosi del Bologna rifiutarono le maglie lanciate loro dai giocatori rossoblù dopo una partita, gettandole a loro volta sul campo. Il motivo? Le bande della divisa erano più larghe rispetto a quelle tradizionali, e quell'anno i tifosi non smisero mai, anche con l'esposizione di striscioni, di far presente la loro totale disapprovazione ("Noi non siamo il Cagliari!"), se non lo sdegno per quella scelta: tradire una tradizione, un simbolo, per questioni di merchandising! Ben presto, ossia al termine dell'anno contrattuale che lagava la società felsinea allo sponsor tecnico, anche il Bologna tornò in fretta e furia alle canoniche e mitiche (per i tifosi, non per altri) quattro bande.

 

Non serve citare altri esempi del genere, basti dire che se ne troverebbero tanti - buon ultimo, l'allarme generato nelle comunità online dei tifosi per le magliette indossate dai giocatori del Camerun nella fase precedente il Mondiale: senza maniche, tipo canotta da spiaggia, come quelle dei giocatori di basket.

 

Si tratta qui di stranezze, di follie che un non-tifoso (vedi tanti presidenti di club), non può capire. La maglia della propria squadra non è un feticcio; è un totem, ricettacolo di ricordi, passioni, dolori, illusioni e speranze. Quella è, quella è sempre stata, e quella ha da essere sempre, poiché ciò che più intimamente minaccia il tifoso, che ne sia cosciente o meno, è la disaggregazione della "tribù" che non riconosce più il proprio "idolo", quel simbolo di appartenenza e della propria unità. E quindi il dramma, in un mondo di gente sola, di riscoprirsi ancora più soli.

 

Che cosa dire infine dei cortei di protesta organizzati dai tifosi del Torino o dai tifosi della Fiorentina, quando le società granata e viola cedettero Gigi Lentini e Roberto Baggio? Anche in questi casi, stranezze, follie proprie di tribù private di un proprio idolo. Eppure la tribù sopravvive alla perdita dei suoi idoli e si ricompatta nella ricerca di nuovi, ma questi non dovranno essere necessariamente dei centravanti o delle mezze ali: saranno anzi più spesso ricordi, comunque gioie e amarezze, controverse passioni da vivere tutti insieme e nello stesso momento. E' questo l'incanto del calcio, non tanto la giocata deliziosa e funambolica (cruccio del non-tifoso Eduardo Galeano, autonominatosi "esteta del football"... - personalmente, cancellerei dalla storia del calcio il gol più bello di Maradona, scambiandolo con una stupida autorete dell'Arezzo che regali la vittoria al Cesena la prima giornata di campionato), né, tantomeno, lo show business. Ma questo può saperlo, quando lo sa, soltanto un tifoso.

 

Quasi due anni fa, un adesivo del Forum recitava: "I giocatori, gli allenatori, i dirigenti passano. I tifosi no. Il Cesena è solo di chi lo ama". Questa formula, letta alla luce delle precedenti affermazioni, esprime quel bisogno che trova soddisfazione nel sostegno a una squadra di calcio. Qualsiasi tribù nomina dei "custodi della tradizione", i quali sono sempre e ovunque le persone più anziane, poiché è nel loro volto e nelle loro parole che è depositata la memoria storica, ossia ciò che appartiene a tutti e tiene stretta la comunità. Nel calcio, i "custodi della tradizione" sono i tifosi, e i più autorevoli tra loro, i più anziani tra loro, al pari e ancor più di questo o quel campione, assurgono a simboli di una unità.

 

Il tifoso insomma è, per natura, per vocazione, per necessità, un reazionaro.

 

Dal momento che la dimostrazione di questa tesi doveva costituire l'incipit del pezzo che mi ero prefissato di scrivere, ma che come al solito sono arrivato lungo, rimanderò alla prossima settimana il seguito, che anticipo con una domanda: perché il tifoso, che è un "custode della tradizione" e un reazionario, che è protagonista di spettacolari coreografie negli stadi, che fa parte di una comunità ampia e potenzialmente in grado di esercitare enormi pressioni sui calciatori e sui "soloni" della Lega Calcio e della FIGC, perché con tutto ciò non ha la forza di arginare la deriva di un calcio che minaccia i valori di cui lui stesso è custode? Perché subisce passivamente, senza conquistarsi la possibilità di esprimere anche solo un parere, la mortificazione di decisioni bizantine, incomprensibili, come per esempio lo slittamento dei campionati o lo spostamento delle partite di B al sabato sera?

 

Di questo e di altro (per esempio dello slogan lanciato da JLS nella sua rubrica, "Chi ama il calcio odia i calciatori") discuteremo nel prossimo appuntamento.

 

 

 

Marco – cesenainbolgia 28/08/02

 

 

 

 

 

 

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Lettera di un telespettatore alla Gazzetta dello sport dopo la partita di Champions League Inter-Real Madrid del 16 settembre scorso (1998; N.d.R.): "Tifoso interista di 38 anni abituato a seguire partite nerazzurri in piedi e comunque in stato di tensione continua, mette al corrente il signor Simoni aver scelto divano dopo annuncio formazione Real-Inter (partita attesa vent'anni). Stop. Non bastasse, confessa zapping su partita gobbi". Quella volta Gigi Simoni aveva messo in panchina Baggio, Pirlo e Djorkaeff, decisione molto criticata da tifosi e commentatori sportivi. In un futuro dominato dalle televisioni a pagamento, una cosa del genere non potrà più accadere (e magari le formazioni delle squadre di calcio saranno suggerite dai direttori di palinsesto in base ai gusti dei telespettatori).


Il Foglio, 11 gennaio 1999



Voglio i Mondiali ogni due anni (...). L'edizione francese dei Mondiali ha fatto registrare 40 miliardi di telespettatori. Dove si può trovare qualcosa di paragonabile a questa platea?


Sepp Blatter, presidente Fifa, dicembre 1998



Se il calcio è arrivato, fin qui, ad alfabetizzare l'intero pianeta con il suo linguaggio, è anche perché ha saputo eternizzare alcune regole, solennizzare alcuni appuntamenti, dei quali i Mondiali sono la santificazione massima. Se Blatter pretende di sincopare questo collaudato, accettato, conosciutissimo ritmo, è segno che della doppia identità del football (business di pochi/gioco di tutti) solo una, quella del business, sta mangiandosi tutta intera l'altra mezza personalità.


Michele Serra, La Repubblica, 4 gennaio 1999