Rubriche - Il Puntello

Se qui intendiamo l'innocenza come la dote del vero tifoso, cioè del tifoso che non ha altre mire personali, o ambizioni professionali, insomma altro interesse che non sia il bene della sua squadra, allora l'innocenza non è una qualità dei nostri giornalisti-tifosi. (Gente che, sia chiaro, in molti casi è cresciuta come noi a pane e Cesena.)

Chiunque abbia avuto occasione di scambiare due battute con un giornalista si sarà reso conto della distanza che c'è fra i giudizi che esprime in privato sulla storia recente del Cesena e sui Lugaresi, e quello che, invece, scrive sui giornali. E' normale che sia così, è la natura del loro lavoro. Anzi, le indiscrezioni che si lasciano uscire di bocca nel bar sotto casa tradiscono una certa frustrazione per la perdita di quell'innocenza emotiva propria del tifoso, cioè per quello che non devono, non possono, non vogliono scrivere (in quanto - essendo italiani, ovvero ossequiosi verso chi anche da lontano potrebbe minacciare il loro quieto vivere - pure loro "tengono famiglia").

Penso che a molti giornalisti venga voglia, ogni tanto, di scegliersi un nickname e lasciare scorrere liberamente, innocentemente, la penna sul forum di Cesenainbolgia, così come accadeva ai tempi del forum di Freeweb.org/sport/cesena.

Detto questo, non si pretende certo da loro che dichiarino guerra ai Lugaresi, ma chiedere ogni tanto uno sforzo di analisi, una parvenza di inchiesta, una riflessione più acuta, questo sì. Perché poi succede che le colonne sportive dei quotidiani locali siano fiumi in piena di banalità e luoghi comuni, di aria fritta e di noia. (Chi avesse voglia di andare alla Biblioteca Malatestiana, richiedere le ultime due o tre annate di Carlino, Corriere e Voce e mettersi a sfogliare, si renderebbe conto del tempo che continua a perdere leggendo gli articoli sul Cesena.)

A tutt'oggi, per esempio, migliaia di tifosi (migliaia di lettori) non sanno come andarono veramente le cose all'epoca delle trattative per la cessione del Cesena fra i Lugaresi e il "pool". E ancora ci tocca leggere che se il Cesena è in C, sommerso dai debiti, con Cip presidente e Ciop vicepresidente, la colpa è della crisi del calcio. (Torniamo a chiederci: l'Empoli, il Modena, il Lecce, il Chievo ecc., se c'è la crisi del calcio, che cappero ci fanno in serie A?)

E ci voleva molto capire, per fare un altro esempio, le ragioni emotive, psicologiche della contestazione esplosa in curva in seguito alla cessione di Pozzi? A parte le legittime, magari perfino condivisibili opinioni sul metodo o sui testi degli striscioni, non serviva un genio per scrivere quanto segue:

"Il Cesena, impegnato a rientrare di diversi miliardi in pochi anni per i debiti contratti, con la cessione di Pozzi ha concluso un'operazione importante. Allo stato delle cose non si può sperare di meglio. Con tre o quattro Pozzi da vendere, infatti, il Cesena potrebbe ripartire. Non solo: tornerebbe appetibile per quegli imprenditori che vedono negli attuali libri contabili della società un freno alle proprie ambizioni. La contestazione si deve al fatto che l'affare Pozzi si inscrive nella storia recente del Cesena, caratterizzata da una politica che è stata pagata cara: da Ambrosini in poi, infatti, molti giocatori del vivaio sono stati ceduti dopo appena poche partite da professionisti, senza che il loro sacrificio, doloroso sul piano sportivo anzitutto per i tifosi, abbia portato benefici. Il Cesena infatti si trova in C e deve affrontare una difficile situazione finanziaria. Se da un lato dunque il Cesena oggi non può che lanciare dei Pozzi da vendere in fretta, pena il rischio stesso della sopravvivenza, dall'altro ogni cessione di un campione in erba è, per i tifosi, un coltello che si rigira nella piaga. Assurge cioè a simbolo di quella mentalità che ha prodotto la frattura con la società e che continua ad alimentare tensioni sempre sul punto di esplodere. Un rasserenamento servirebbe a tutti. Ma a quali condizioni? Secondo noi i dirigenti del Cesena, con il sostegno degli imprenditori più vicini alla società e quelli eventualmente interessati, in prospettiva, a sostenerla o rilevarla, dovrebbero rassicurare i tifosi sugli scenari futuri, sui risultati finanziari e sportivi che si intendono raggiungere, ma soprattutto sul futuro societario qualora venga superata la crisi. Solo questo potrebbe forse portare tutti a remare dalla stessa parte."

Era tanto difficile scrivere qualcosa del genere? Effettivamente sì. Non avendolo fatto, i giornali hanno perso l'ennesima occasione di evitare di apparire, più che scontati, davvero fuori dalla realtà, come è scritto nella lettera del nostro sito. Anzi, la loro ostinazione a coltivare l'indolenza, il quieto vivere, il "scurdammoce o passato, simme a napule paisà"; in altre parole la loro reazione rabbiosa, mielosa e patetica alla contestazione della curva fa venire voglia del muro contro muro. Se dovessi dare un consiglio alla curva in occasione della prossima partita in casa (Cesena-Arezzo, un lunedì sera, in onda su Rai Sport Satellite), proporrei una forma di protesta educata, civilissima, non violenta, ben più efficace di 4 striscioni e dei soliti cori: 90 minuti di assoluto silenzio. Un silenzio che valga anzitutto come "raccoglimento" per il Cesena che c'era, e che non c'è più. Lo striscione? Uno solo: NOVANTA MINUTI DI SILENZIO PER RICORDARE IL CESENA.

Chissà, magari ai quaquaraquà dell'informazione sportiva locale tornerebbe in mente che il vero problema, qua, è la totale, perdurante inadeguatezza dei Lugaresi a guidare il Cesena.

Marco – cesenainbolgia 24/03/2004